Quando si dice: “non ci sono parole”

Cronaca semiseria di un esperimento per ripercorrere il tempo che fu.

di Paolo Mameli 

Articolo pubblicato su “FEDIC notizie” n. 33 - giugno/luglio/agosto 2016

Buona fortuna dott. Jekyll

‍Altro anno, altro film: con queste parole si potrebbe sintetizzare il motto del corso “Fare cinema con la videocamera” al quale, come nel passato, un gruppo di giovanotti ultrasessantenni dell’UNI3 di Venezia-Mestre si sono gettati anima e corpo.

‍Due anni fa avevamo affrontato il “colossal - favolistico” in costume con  Cenerentola sul Brenta , l’anno scorso un noir dal sottofondo fantastico con  La pendola e quest’anno si doveva trovare qualcosa di nuovo, di concreto, qualcosa in grado di abbinare la ricerca tecnica al divertimento puro. 

‍Già, il divertimento… Dopo la cupa precedente esperienza di una storia con quattro morti ammazzati, era giunta decisamente l’ora di voltare pagina e affrontare un argomento più allegro. Una commedia? Sì, ma non bastava. Una comica? Perché, no? Una bella comica nello stile di quelle degli anni Venti, era proprio ciò che ci voleva. Dopo un breve sondaggio ed un’altrettanto breve discussione in proposito, la proposta veniva accettata all’unanimità: si sarebbe realizzato un filmato che avrebbe riecheggiato i vecchi film muti, con tanto di cartelli a sostituire i dialoghi, musica di sottofondo e un rigoroso bianco e nero per ben confezionare il tutto. Non restava allora che iniziare.

‍Bisognava innanzitutto, per fare una cosa seria, affrontare una parte pratica e una teorica: la parte pratica consisteva nel comprendere quali erano gli stilemi propri del cinema muto, e quindi non solo delle comiche; la parte teorica consisteva nel trovare un argomento che avrebbe prodotto una sceneggiatura confacente all’ardito progetto. Ecco allora farci una piccola indigestione di film muti, dal  Nosferatu di Murnau al  Mondo perduto di Hoyt e così via, col risultato abbastanza sorprendente di apprendere che la recitazione di un tempo era assai più sobria e contenuta di quel che in genere si crede, senza quei gesti esagerati come il gettare le braccia al cielo o, peggio, aggrapparsi alle fatidiche tende in caso di donne fatali. 

‍Parallelamente a ciò, intanto, continuava la ricerca del soggetto: ci serviva qualcosa che fosse al medesimo tempo sufficientemente noto per essere facilmente compreso da tutti e altrettanto facilmente “malleabile” per creare una storia originale. In breve si optò per una revisione de  Lo strano caso del dr. Jekyll e di mr. Hyde di R. L. Stevenson, uno di quei testi classici che sono stati, è veramente il caso di dirlo, saccheggiati dal cinema con un numero enorme di versioni e varianti sul tema. Dopo un’attenta, benché relativamente veloce, analisi dell’opera originale, cominciammo a lanciare idee per crearne una variante che si adattasse bene alle nostre intenzioni. Ben presto emerse il celebre Dottore con una pozione che, anziché scindere nel suo animo il bene e il male, l’avrebbe trasformato in un concentrato di bellezza tratto dai vari divi di Hollywood e che, come nelle migliori tradizioni, sarebbe stata inquinata a causa di un imprevisto, che in questo caso avrebbe avuto le sembianze di un’anziana domestica tanto impicciona quanto amante dei liquori forti, col risultato di far comparire non solo il brutto e cattivissimo mr. Hyde, ma una compagna che l’avrebbe seguito in tutte le sue perfide imprese: la sfortuna.

‍Detto e fatto: un tempi piuttosto brevi, ecco pronta una dettagliata sceneggiatura articolata in una serie di episodi concatenati tra loro ed un finale a sorpresa che avrebbe coinvolto gli spettatori.

‍Non rimaneva che scegliere gli attori, le locations e… girare.

‍Un po’ tutti si prestarono a dei provini, con e senza trucco, ed in breve furono assegnati i ruoli dei protagonisti; per gli interni si decise di ritornare sulla stessa villa storica nella quale avevamo girato sia  Cenerentola sul Brenta che  La pendola , ideale luogo un po’ fuori dal tempo con una proprietaria abilissima cuoca, mentre per gli esterni ci si concentrò, dopo brevi ricognizioni, in uno squallido ponte stradale in cemento e in una via scarsamente trafficata, talmente varia che avrebbe soddisfatto qualsiasi scena seppur differente. Altra fatica relativa fu il trovarobato: condizione fondamentale era che il film desse l’impressone di antico, sebbene ambientato ai giorni nostri; ecco perciò comparire lunghi pastrani dalle fogge senza tempo, bombette e cilindri ripescati tra i vestiti di carnevale, inquietanti cappellacci neri e, naturalmente, parrucche bizzarre di forme varie. Non potevano inoltre mancare becher, beute e alambicchi vari per il laboratorio del dottore, ma i bravi “allievi”, come per magia, riuscirono a reperire anche quelle, aggiungendovi poi bottigliette di vario genere, tra le quali quelle del nostrano Bellini, tanto per rendere un po’ più originale la scena.

‍Ciak…si gira! Eccoci qua tutti intenti alle riprese, con tre telecamere, una segretaria di produzione ed attori pronti a rendere il meglio di sé. Protagonista è un enorme masso, degno degli storici Ursus e Maciste, realizzato con sapienza e cura assemblando polistirolo e carta dipinta, attorno al quale è fissata una robusta corda terminante in un cappio che si stringe attorno al collo di un povero ed ammaccato mr. Hyde, deciso a farla finita con questo mondo crudele a causa della sfortuna nera che continuava a perseguitarlo. Era l’ultima scena, quella sul ponte, e l’interprete, Roberto Malusa, stava facendo letteralmente faville, tanto che presto un piccolo capannello di curiosi si era formato per vedere come stavano andando le cose, mentre un altro passante, che era transitato da quelle parti una mezz’oretta prima, sfrecciando in bicicletta gli gridava «Sei, ancora lì? Ma cosa aspetti a buttarti?».

‍Nei giorni a seguire, breve selezione delle scene girate e montaggio secondo il copione, con controllo generale il lunedì in aula di scuola: la mimica disperata del buon Roberto era davvero irresistibile.

‍Altro giorno altre scene: una con un povero cieco abbandonato in mezzo ad una strada in balìa del traffico, l’altra con un sacco di petardi da ficcare nel cappuccio della felpa di un ignaro passante. Gli interpreti sono talmente immedesimati nella parte che è difficile girare a mano a causa delle irrefrenabili risate: certo che il povero mr. Hyde ha sopra di sé una costante e perversa nuvola nera colma di sfortuna che non lo lascia un momento! Il tutto, poi, termina in pizzeria, a festeggiare un compleanno e il buon proseguimento delle riprese del film. Come sempre accade in questi momenti, si parla di varie amenità, tra le quali di motociclette e di relativi incidenti. Anche il buon Roberto/Hyde si vanta della sua grossa Seicento di cilindrata e parla di come suo figlio non fosse contento del fatto che avesse ripreso, dopo anni, a fare l’allegro centauro sulle strade mestrine.

‍Malasorte? Coincidenza? Identificazione troppo totale col nuovo personaggio? Non si sa, ma il fatto è che il giorno successivo ricevo una telefonata imprevista: «Ciao, sono Roberto: mi trovo all’ospedale perché ho avuto un incidente con la moto scivolando sulla rotaia del tram…» mi dice con un filo di voce tra lo sconforto e l’imbarazzato «…ho solo un po’ di fratture qua e là, ma per fortuna il volto è intatto!». Beato coraggio e potenza del cinema: forse con qualche artificio e un po’ di buona volontà in più il film è salvo! Lo ringrazio e vado a dare la brutta notizia agli altri.

‍Perdere il primo attore non è mai un bel momento, ma perderlo a metà delle riprese può essere un problema ancora più grande, perché, come in quel caso, non ci sarebbe stato il tempo utile di rigirare tutte le scene dovendo essere pronto il film per la cerimonia di fine anno prevista di lì a venti giorni. Far buon viso a cattivo gioco, come recita il proverbio, è una caratteristica peculiare di noi Italiani e quindi, dopo un paio di rapidi e concitati briefing, abbiamo deciso di continuare: tutte le parti girate sarebbero state recuperate e quelle mancanti adattate a controfigure che, anche grazie alla parrucca nera, abbondante e riccioluta, avrebbero recitato al suo posto. I primi piani del volto sarebbero stati ricavati dalle clip scartate ed eventualmente girati in seguito, quando il nostro amico si fosse sentito un po’ meglio. Per l’occasione, anche se nessuno lo disse a voce alta, tutti ringraziammo segretamente il Cielo di aver optato per un film muto. 

‍Fortunatamente, ogni cosa andò piuttosto liscia salvo un episodio nel quale il disgraziato protagonista doveva estrarre da una carrozzina un cane inferocito che credeva fosse un bambino da rapire: non si riusciva a trovare un cane adatto! Dapprima ci fu offerto una specie di chihuahua che ci avevano garantito essere sempre pronto ad abbaiare e ringhiare: nulla di tutto ciò. Nonostante le urla e addirittura le finte minacce di botte alla padrona, la povera bestia continuava a guardarti con due occhioni dolci che avrebbero fatto invidia al più tenero dei peluche. Stavamo ormai per cassare definitivamente la scena quando entra in gioco un vero cane procurato da alcuni conoscenti: discretamente piccolo, nero e tanto, tanto cattivo. Il problema, però, consisteva nel fatto che l’animale forse era troppo compreso nella parte, perché continuava ad abbaiare e ringhiare inferocito un po’ contro tutti. Il povero mr. Hyde, stando a copione, avrebbe dovuto prenderlo in braccio (all’origine era stato pensato un cane di piccolissima taglia, cosa che il nuovo “attore” di certo non era) ma il far ciò poteva diventare un problema, un pericoloso problema. Dopo alcune temerarie prove e molte consultazioni, si optò infine per un compromesso d’inquadratura, con la padrona che teneva sollevata e ben stretta la belva e un gioco di campi alternati con il volto atterrito dell’ignara vittima, da aggiungersi in post produzione. Tutto riuscì alla grande e la troupe poté così rientrare allegra e contenta senza aver subito danno alcuno.

‍A questo punto non rimaneva che completare il tutto con le riprese del volto di mr. Hyde che, ovviamente, doveva essere quello dell’interprete originale: il poveraccio era ancora ricoverato all’ospedale ma, benché fasciato e ingessato come un Gatto Silvestro dopo un fatidico inseguimento col bulldog Ettore, aveva mantenuto intatto il suo spirito allegro, nonché il prezioso volto. Così, dopo aver ottenuto i permessi da parte del personale sanitario, ci siamo recati da lui in mini-troupe: regista-operatore, assistente e truccatore. Già, truccatore, perché, come ormai avrete capito, il Nostro aveva una folta parrucca riccia con su un grosso cappellaccio scuro e un volto pieno di ecchimosi e cerotti che aumentavano di ripresa in ripresa. Doveva essere un vero spettacolo vederci, in quella stanzetta d’ospedale a due letti: cavalletto, luci e telo verde steso sul cuscino per il chroma key da impiegarsi in seguito, con il sottoscritto che ordinava quali smorfie fare per indicare cupidigia, furbesca malvagità, terrore e disperazione ed il “paziente” che, pazientemente, eseguiva gli ordini nonostante fosse assalito di quando in quando da qualche doloretto più o meno intenso. Nel frattempo, a causa del protrarsi delle preparazioni, il vicino di letto si era assopito, ma al risveglio l’aveva visto truccato pesantemente, con segni di rossetto e macchie nere di tappo bruciato sul volto, ed il suo viso dagli occhi spalancati era il segnale più eloquente di tutto il suo stupore: «Sapevo che eri ridotto male, ma non immaginavo così!» furono infine le sue parole.

‍A quel punto eravamo pronti: non rimaneva che terminare il montaggio, inserire gli effetti speciali e dosare sia i tempi che il bianco e nero. Il tutto fu piuttosto semplice ma molto divertente: era una vera soddisfazione vedere una scena girata quasi al rallentatore accelerarsi fino a prendere vita per poi diventare irresistibile, come accadeva nelle comiche degli inizi del secolo scorso!

‍Infine la musica: un complicatissimo mix tra sonate a quattro mani di Mozart e la Marcia Funebre di Chopin, passando per Beethoven e Liszt, per un totale di quasi cinquanta frammenti musicali mescolati tra di loro senza un’apparente soluzione di continuità a sottolineare le scene meditative, allegre e apparentemente tragiche: sembra impossibile, ma con la giusta musica di sottofondo tutto riprende vita, il bianco e nero sembra quasi colorarsi e ogni cosa assume la patina dei vecchi film che tutti noi abbiamo visto.

‍Conclusione? Film pronto in tempo e proiezione pubblica durante la cerimonia di chiusura dei corsi con centinaia di studenti-spettatori ad assistere; tante risate ed un applauso a scena aperta quando la vecchia domestica, a sua volta trasformata in una cattivissima mrs. Hyde, saltava in aria riducendosi in un mucchietto di cenere. 

‍Per fortuna il proiettore non si è guastato, il computer non si è bruciato e la sala non è andata a fuoco: la nuvoletta malefica di mr. Hyde ormai si era definitivamente dissolta!

Tutti i disegni e i testi presenti su questo sito sono di proprietà dell’autore ©Paolo Mameli 2020

Contatti: info@paolomameli.itpaolo.mameli@gmail.com